giovedì 16 febbraio 2012

Antartide, mistero nei ghiacci: ricercatori russi scomparsi nel nulla?

La spedizione, partita da Mosca, stava lavorando alle operazioni di trivellazione del lago sub-glaciale Vostok alla ricerca di forme di vita sconosciute. 


«Base antartica Vostok, qui Priscu Research Group , ci sentite? Passo; Base antartica Vostok, qui Priscu Research Group, ci sentite? Passo; Base antartica Vostok, qui Priscu Research Group, ci sentite? Passo...».

E' mistero in Antartide sulla sorte degli scienziati russi impegnati da mesi nelle operazioni di perforazione del lago Vostok, un vasto bacino d'acqua dolce situato nelle immediate vicinanze della base omonima, rimasto isolato da oltre 15 milioni di anni sotto la coltre di ghiaccio della calotta polare antartica. Il team di ricercatori statunitensi che collabora al progetto sotto la guida dottor Jhon C. Priscu, professore presso il dipartimento di risorse territoriali e scienze ambientali della Montana State University nonché capo del Priscu Research Group, un programma di esplorazione analogo a quello russo nato con l'intento di studiare le relazioni che intercorrono tra ghiaccio antartico, cambiamento climatico globale ed esobiologia (ramo della biologia che considera la possibilità di vita extraterrestre e la sua possibile natura), avrebbe tentato invano di ripristinare il collegamento radio con i colleghi moscoviti, dei quali non si hanno più notizie da qualche giorno.


 Un silenzio inspiegabile che col passare del tempo sta alimentando le fantasie e le ansie della comunità scientifica internazionale, non solo per l'arrivo dell'inverno antartico previsto per la fine di febbraio - quando le temperature scenderanno bruscamente dagli attuali – 25, ai circa – 85 gradi centigradi tipici di quella zona - quanto per il fatto che prima di perdere ogni contatto la squadra si trovava a pochissimi metri dall'obiettivo. Cosa può essere accaduto in quel frangente? Spinto dalle incessanti richieste pervenute dagli studiosi e scienziati di tutto il mondo in trepidante attesa di conoscere l'esito della spedizione, Priscu avrebbe informato dell'accaduto i principali media internazionali; «Ancora nessun segnale dai “ghiacci”», avrebbe detto, rassegnato, in un comunicato indirizzato alla testata giornalistica Fox News.com. Ma cosa può esserci di tanto interessante là sotto da spingere i “signori” della scienza a interessarsi in modo così morboso a qualche “cubetto” di ghiaccio?

 Gli studiosi ritengono che nelle acque del lago Vostok, che ricordiamo è rimasto “emarginato” dalla biosfera terrestre per centinaia di migliaia di anni, possano esistere forme di vita sconosciute evolutesi in modo differente dal resto del globo. Se ciò venisse confermato si aprirebbero scenari da fantascienza, poiché ambienti simili a questo sono presenti sulla luna di Giove, Europa e di Saturno, Enceladus, sui quali potremmo iniziare a ipotizzare l'esistenza di organismi in grado di sopravvivere a condizioni estreme. Quella del Lago Vostok è un'avventura iniziata nel 1989 quando una spedizione congiunta di scienziati sovietici, francesi e americani, diede inizio alle operazioni di carotaggio dei ghiacci antartici, per studiare l'andamento del paleoclima terrestre e chiarire i misteri delle glaciazioni. A partire da una profondità di 3539 metri raggiunti nel 1996, gli esperti si accorsero che la composizione chimica e isotopica del ghiaccio nonché la sua struttura cristallografica cambiavano; contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, il ghiaccio non è tutto uguale. Variando temperatura e pressione, possono esistere diversi tipi di “acqua allo stato solido”, che differiscono per la loro struttura cristallina, ordinamento e densità.


 L'equipe di ricercatori decise così di approfondire le ricerche con l'ausilio di moderne apparecchiature batimetriche, congegni impiegati in campo oceanografico per rilevare la morfologia dei fondali (marini, lacustri, fluviali, ecc.), unitamente a sofisticatissimi sistemi di telerilevamento radar “SAR” (Synthetic Aperture Radar - Radar ad Apertura Sintetica), cioè sensori montati su satelliti, in grado di “interrogare” la superficie sotto analisi attraverso l'emissione di un segnale elettromagnetico a microonde; questo, dopo aver “colpito” la zona in osservazione sulla Terra, viene in parte riflesso nella direzione del dispositivo trasmittente. E' facile immaginare come il segnale di ritorno conservi traccia della superficie osservata e di conseguenza, elaborando opportunamente questa informazione, è possibile ottenere delle immagini delle scene osservate, con risoluzioni molto interessanti.


L'analisi dei dati raccolti dal gruppo di studio non lasciò dubbi: sotto i ghiacci antartici, a circa 4000 metri di profondità, si celava il bacino lacustre più intatto e antico del pianeta. Poiché lo stesso si trovava in prossimità della stazione russa venne appunto denominato lago Vostok. Lungo 250 chilometri e largo 50 (nel punto più ampio), ricorda molto da vicino il lago nordamericano Ontario a confine tra Stati Uniti e Canada, ma con un volume ben quattro volte maggiore (6343 chilometri cubi). La profondità media è di circa 344 metri ma in alcuni punti può arrivare a sfiorare gli 800 metri. Viste le sue dimensioni, rappresenta senza alcun dubbio il più grande lago sub-glaciale presente sotto la superficie del continente più freddo della Terra tra i 140 censiti fino a oggi. La temperatura dell'acqua è molto più alta rispetto a quella misurata sopra i ghiacci, ma sempre inferiore al valore di congelamento e si aggira intorno ai -3 gradi centigradi. Il motivo per cui questa non solidifica in tali condizioni è da ricercare nelle forti pressioni di 300-400 atmosfere esercitate dall'enorme spessore di ghiaccio presente sopra il bacino lacustre e nel calore geotermale che riscalda il fondo.


 Alla profondità di 3800-4000 metri, il ghiaccio inizia a fondere e se trova delle depressioni forma dei laghi o fiumi subglaciali. Lo scioglimento della calotta ghiacciata rilascia nell'acqua sottostante ossigeno e altri gas, motivo per cui le acque del lago Vostok sono estremamente sature di ossigeno, con contenuti 50 volte superiori alla media dei laghi d'acqua dolce di superficie. Le molecole di gas naturale verrebbero inoltre intrappolate all'interno di quelle d'acqua, dando vita a dei composti solidi simili al ghiaccio denominati clatrati idrati. Badate, non parliamo di bolle di gas intrappolate nel ghiaccio, ma di un vero e proprio composto a livello molecolare che può contenere quantità sorprendenti di materiale gassoso. Per rendere meglio l'idea, se prendessimo un litro di questo ghiaccio - una quantità che possiamo tranquillamente tenere nel palmo di una mano - e lo facessimo fondere, otterremmo circa 150 litri di gas!

La foratura del manto di ghiaccio che ricopre il lago Vostok venne portata avanti fino al 1999, anno in cui, la comunità internazionale chiese ai russi di interrompere i lavori per timore di una contaminazione dell'ecosistema del lago. In quella data i ricercatori avevano raggiunto la profondità di 3623 metri. Ma il problema dell'inquinamento delle acque sotterranee non è l'unica preoccupazione della scienza, così come vorrebbero far credere al mondo intero. In natura esiste anche il fenomeno contrario e di conseguenza c'è da domandarsi anche cosa potrebbe accadere se eventuali virus e batteri sconosciuti contenuti nell'acqua venissero a contatto con il mondo esterno e in particolare con l'uomo; questi microrganismi potrebbero decimare in breve tempo l'intera popolazione mondiale per l'assenza di specifiche terapie farmacologiche. C'è infine un ultimo aspetto da non sottovalutare e che riguarda le molecole di gas di cui abbiamo parlato in precedenza.

Secondo uno studio della NASA, se l'acqua del lago venisse fatta defluire attraverso il foro praticato sullo strato di ghiaccio, le forti pressioni presenti in profondità potrebbero provocare il classico “effetto lattina”. Così come avviene per le bevande gassate dopo averne agitato l'involucro, l'elevata ossigenazione e la presenza di azoto potrebbero innescare una violenta fuoriuscita delle acque attraverso il condotto di comunicazione con la superficie, provocando addirittura l'esplosione del bacino lacustre. Nel 2003 il Mining Institute di San Pietroburgo sviluppò una nuova tecnologia di perforazione che eliminava ogni rischio di contaminazione. Il nuovo metodo venne presentato nel 2003, a Madrid nel corso del XXVI Meeting del Trattato Antartico. In tale circostanza il Secretariat of Antarctic Treaty (Segretariato del Trattato Antartico), un'organizzazione consultiva dell'accordo internazionale, venne chiamata a valutare gli elaborati e lo studio d'impatto ambientale dell'opera. Il metodo venne testato in Groenlandia e approvato nello stesso anno.

Alla fine del dicembre 2006, i russi ripresero la perforazione della calotta con l'intento di estrarre almeno 75 metri di carote di ghiaccio, ma a causa di un malfunzionamento tecnico dell'impianto furono costretti a fermarsi a una profondità di 3665 metri. Nuovi incidenti e contrattempi si susseguirono negli anni successivi e l'opera non fu mai portata a termine. Il 2 febbraio scorso, proprio quando mancavano circa 7 metri al termine dei lavori di perforazione - che procedevano con un ritmo di foratura di 2,2 metri al giorno - le comunicazioni radio si sono interrotte a quota 3761 metri. Volete sapere che ne è stato dei ricercatori russi? Noi di 2duerighe, come sempre, abbiamo indagato sull'argomento e siamo riusciti ad avere una risposta in anteprima mondiale: il 5 febbraio 2012, alla profondità di 3768 metri, gli scienziati hanno completato la perforazione e raggiunto finalmente l'obiettivo. Il contatto reale con l'acqua del lago si avrà tuttavia il prossimo anno, come sempre durante l'estate antartica, quando gli studiosi torneranno nuovamente sul posto per prelevare dei campioni da sottoporre ad analisi di laboratorio. Il mistero è dunque svelato.

 Roberto Mattei

Fonte



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